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COME CARICARE UNA BOX A 2/3 PILE

21 settembre 2017

in seguito alle numerose richieste di clienti alle "prime armi" con box che hanno 2 o 3 pile 18650/26650/20700/21700 ecc. illustriamo come procedere per la ricarica delle pile.

come premesse sconsigliamo di caricarle con il cavo USB in primis per i tempi biblici, poi perché non si ricaricano mai al massimo e terzo perché si rischia di rovinare le pile e la box.


Ricarica tramite USB

Ormai tutte le box sono dotate (almeno le monobatteria) di presa micro USB che, tramite la linea di alimentazione, permette la ricarica della batteria interna senza doverla rimuovere o utilizzare un’apparato esterno.

Ormai, a parte qualche box cinese di produttore ignoto, dal nome irripetibile e dalle prestazioni tecniche dichiarate poco plausibili le charging board utilizzate sugli apparati monobatteria (su alcune multibatteria il dubbio invece rimane) permettono di ricaricare la batteria direttamente inserita nella box senza alcun rischio. Charging board Yihi, Evolv (molto buone) e Joyetech/Eleaf (abbastanza) possono ricaricare in sicurezza.

Come funzionano: tipicamente erogano energia alla batteria con una intensità fissa di 1 Ampere e al raggiungimento del voltaggio limite di carica (4.2 volt) staccano l’erogazione.

Studiate per essere veloci (più o meno in tre ore ricaricano una batteria da 2500 mah) non sono accurate come i charger digitali esterni e nemmeno troppo “gentili” con le batterie (vedremo il perché), ma se non è un problema la durata di carica della batteria lievemente inferiore o una vita efficiente delle batterie anche in questo caso lievemente inferiore, andare in ferie o al lavoro con il canonico charger per Samsung Galaxy e poterci indifferentemente ricaricare box, cellulare o lettore MP3 è una grossa comodità.

Parlavo di charger in monobatteria perché, dover ricaricare una batteria è facile, dover ricaricare 5000 mah su due batterie inserite in una box implica intanto tempi più lunghi e fornire adeguatamente e equilibratamente energia a due batterie magari collegate in serie non è una cosa facile, o la charging board della box è veramente ben fatta o è meglio non rischiare: la Evolv di cui è dotata la eSquare di Lost Vape (anche se lenta) è molto affidabile e sicura, sulla Reuleaux RX200 ha dato qualche problema, la ricarica integrata (seppur via jack 3.5”) sulle IPV4 ha messo fuori uso parecchie box, Sigelei sulle sue doppie batteria addirittura manco l’ha adottata.

Caricabatteria “attivi” esterni

La miglior ricarica di batterie che si possa fare è tramite charger “attivo” esterno in quanto garantiscono sicurezza, ricarica efficiente e maggiori cicli di ricarica efficiente. (cito molto spesso il D2 di Nitecore, visto che è quello che utilizzo abitualmente) Come funzionano? Intanto danno (quasi tutti) la possibilità di commutare l’intensità di ricarica da 0.5, 1 o 2 ampere, selezionando una modalità più veloce (1 ampere, 2 ampere è forse eccessiva per le nostre batterie) oppure una (la 0.5 ampere) più “soft” e meno aggressiva per le chimiche delle batterie utilizzate. Mediamente si consiglia, ogni due o tre ricariche a 1 ampere di farne una lenta per “rinfrescare” la batteria anche se la modalità “lenta” (che sia una o quattro batterie 18650 da 2500 mah contemporaneamente impiega un cinque ore e mezzo per la ricarica) è meno “gravosa” e quindi garantisce un maggior numero di ricariche efficienti delle nostre batterie e quindi una “vita”più lunga. Tra i vantaggi offerti dai charger esterni vi è quella di poter variare nel tempo e compatibilmente con l’assorbimento della batteria le modalità di corrente fornita, partendo con una ricarica a maggiore intensità per dare la ricarica “principale”, riducendo l’intensità per la “ricarica di riempimento” (tipicamente sopra il 90% della capacità della batteria) e arrivando all’erogazione a corrente variabile come fa il Nitecore D2, una volta che la batteria ha raggiunto i 4.2 per fare la cosiddetta “saturazione” ovvero la ricarica totale al limite delle capacità della batteria (il motivo per cui con la stessa SX Mini M Class e con la stessa build con la stessa batteria ricaricata in charger esterno si svapa molto di più che con una ricarica tramite USB, dato verificabile dal contatore progressivo dei joules erogati della box).

Altro aspetto utilissimo è (come alcuni la chiamano) la “zero charge” ovvero la possibilità di “rianimare” batterie che essendo andate sotto i 2.7/2.5 volt di carica residua hanno la chimica impoverita e non riescono ad essere ricaricate tramite USB: un Nitecore D2 commutato in “Charge low” (o qualcosa di simile, non ricordo la dicitura) è riuscito a rimettere in perfetta efficienza due batterie che un mio amico, usandole male su un big battery meccanico era riuscito quasi ad azzerargli la carica.

Dotati di circuiti di protezione da sovraccarico (sulle batterie in ricarica ma anche sui circuiti propri) e alcuni (il Nitecore D2 viene specificato nei datasheets) anche di termostato di sicurezza contro i surriscaldamenti, possono essere utilizzati anche senza “controllo” da parte dell’utente in totale sicurezza: ormai le mie batterie usate le ricarico sempre in modalità 0.5 ampere in notturna, senza avere problemi di tempi lunghi (batterie che comunque debbono essere integre e in buone condizioni ) in totale sicurezza.

Altro pregio, riconoscono (dalla reattività) il tipo di “chimica” della batteria fornendo la modalità di ricarica più precisa e adeguata.

N.B.: non tutti i charger hanno le stesse modalità in display e di conseguenza è sempre fondamentale leggerne le istruzioni d’uso: il Nitecore D2 non evidenzia nelle tacche il voltaggio della batteria (vi è un’indicazione apposita a parte) ma la fase di ricarica: una volta mi fu detto che “la batteria dopo 3 ore lampeggia ancora la prima tacca” e ciò era vero, perché probabilmente a un voltaggio di già 4.10 volt la batteria era ancora nella fase di “carica massiva” mentre le fasi successive (modulate e ad amperaggi più bassi) sarebbero state molto più veloci > per sapere “a che punto si era” bisognava leggere l’indicazione del voltaggio della batteria, non il display che indicava la fase di carica.

Caricabatteria "passivi" esterni

Esistono anche charger “passivi” ovvero magari anche dotati di elettronica di protezione ma che non legge lo stato della batteria modulando l’energia fornita per la ricarica come il Soda di Efest: i pregi e i difetti sono più o meno quelli della ricarica USB (livello di ricarica completo gestito in maniera approssimativa, ricarica “sgarbata” e affaticante che riduce il numero di ricariche efficienti della batteria e l’impossibilità di ricaricare (con modalità lente) batterie sovra-scaricate. Sono utili solo per ricariche frettolose di doppie batterie (rispetto alla ricarica USB che è molto più lenta) ed è consigliabile usarli solo come caricabatteria di riserva o emergenza (magari sul luogo di lavoro) e su batterie “non di primo pelo” visto che, rispetto alla più soft e precisa ricarica tramite charger digitale sono più “aggressivi” e garantiscono un minor numero di ricariche efficienti alle batterie.

Altra opportunità di ricarica (che consiglio solo ai miei nemici) è quella tramite “carichini cinesi”: le 18650 sono uno standard industriale e vengono utilizzate non solo per lo svapo ma anche per altri usi (torce led, motori per modellismo, eccetera) e spesso vengono dotati “in bundle” con caricabatteria per questi apparati.

La costruzione è molto sommaria e priva di protezioni e l’erogazione non sempre è adatta alla chimica delle nostre batterie IMR da svapo.

Questi caricabatteria spesso si trovano nei negozi cinesi “99 centesimi” al prezzo di 5 massimo 10 euro, ma sono inadatti per il nostro uso, dotati di protezione insufficienti e che, soprattutto con batterie parzialmente usurate rischiano di mandarle in sovraccarico, se va bene danneggiando charger e batteria, se va male con danni molto più grossi (anche all’ambiente in cui vengono utilizzati).


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